Ultratrail I pionieri del Gran Sasso (Un’altra volta ultra, un’altra volta oltre!)

di Giuseppe Di Giorgio, 12/09/2011

Mie care canotte orange come va? Vi chiedevate numerosi dove fossi finito vero (dai sì, fatemi illudere un po’!)?

Diciamo che sono rientrato ai box per un po’ dato che da una parte alcune gare che volevo fare sono saltate e dall’altra a metà anno era giusto, ma soprattutto necessario, che tirassi un po’ il freno per ricaricare le batterie dopo le sgambettate fatte, quindi ho evitato le gare e ammorbidito gli allenamenti.

Mi ero naturalmente ripromesso di gareggiare di nuovo subito dopo l’estate e ho pensato “però, è un po’ che non gareggio, è un po’ che non faccio un’ultramaratona, è un po’ che non corro in montagna, come posso fare?”, la soluzione era dietro l’angolo, e mi sono iscritto all’Ultratrail I Pionieri del Gran Sasso, gara in montagna di 56 km che già avevo fatto lo scorso anno in quel di Castel del Monte.

Mi fermo un attimo e penso anche “eh ma sono 2 mesi che non gareggio, non è sano riprendere con una gara così!”, come fare? Anche qui la risposta è stata semplice, è bastato partecipare ad una gara la sera prima in modo che il trail diventasse la seconda del mio rientro (sono diabolico eh!, no, sei suonato direte voi e mi sa che avete ragione)!!.

Sì, infatti sabato sera ho preso parte alla Corri Roma, una gara che mi è piaciuta molto (a parte il caldo assurdo!) per il percorso all’interno di Villa Borghese ed il limitrofo centro storico, e perché me la sono corsa per il solo gusto di muovere un po’ le gambe senza pensieri di tempi e risultati (ci sono tante altre cose che fanno bella una gara).

Il tempo di finire la corsa, rientrare a casa e preparare le cose per il trail mi si fa l’una di notte, la sveglia è prevista per le tre dato che la partenza da Roma è per le quattro di notte (ci vogliono un paio d’ore di viaggio e la gara inizia alle 7 di mattina), dormire un paio d’ore sarebbe peggio che farlo e quindi (anche perché comunque non sono stanco) opto per rimanere sveglio.

Parto quindi alle quattro con il grande Pietro, vecchia volpe delle gare in montagna, e viaggiando nel buio più assoluto arriviamo verso le sei a Castel del Monte.

Qui incontriamo gli altri due orange che hanno deciso di dare una craniata contro la montagna ovvero, l’inossidabile Marco e la leggenda dei monti Elio, ritiriamo il pettorale e ci prepariamo alla partenza insieme agli altri pazzi, sempre i soliti, che si incontrano in queste gare un po’ “allegre”, in totale non siamo nemmeno un centinaio.

La gara si presenta dura per vari aspetti: la distanza di 56 km, ci sono 5 salite da affrontare con un dislivello positivo di circa 1680 mt, il fatto che si corre in semi-autosufficienza cioè sono previsti solo 4 ristori, per il resto dobbiamo obbligatoriamente portarci scorte di acqua, cibo e il necessario per eventuale brutto tempo (il che vuol dire che correrò come gli altri con il camel-bag ovvero lo zaino con dentro la sacca d’acqua, la mia ne porta circa 2 lt, le vivande, io ho portato solo una banana, un k-way leggero).

Ore 7 si parte, facciamo 2 kilometri di strada asfaltata che ci portano fuori dal paese, la salita comincia subito così come subito ci addentriamo per i sentieri sterrati che ci fanno immergere nella natura più incontaminata.

Al di là del fatto che devo cercare di non strafare perché il non aver riposato potrebbe creare qualche problema, come sempre so che le salite più dure le devo affrontare di buon passo, correre, date le pendenze, non mi sarà sempre possibile già lo so; siamo talmente pochi che ci si distanzia facilmente ma qualcuno dietro e qualcuno avanti lo si ha sempre e se possibile si parla e si fanno tratti insieme; in questo tipo di gare, almeno per me, il tempo è davvero relativo, sono qui innanzitutto per il paesaggio incredibile in cui non ci si può non perdere in mille pensieri e non si può non rimanere colpiti dal senso di assoluto della natura che ti avvolge e risucchia.

I primi kilometri vanno molto bene, ho giusto un problemino di cui mi accorgo subito, mi da un po’ fastidio la caviglia destra a causa, lo realizzo sul momento, del fatto che qualche giorno prima, mentre correvo, ho messo male un piede sul gradino di un marciapiede, non ci avevo quasi fatto caso ma qui, dove non c’è asfalto ma tutta terra battuta piena di pietre, ogni appoggio è una bella botta; come sempre mi tocca fare una riunione con le mie gambe per gestire la cosa: la gamba destra dichiara che così non vuole correre salvo un aumento di stipendio che naturalmente le nego, chiedo alla gamba sinistra di ovviare alla cosa cercando di spostare un po’ l’appoggio, in cambio lei mi chiede un mese di vacanza (ovviamente non avrà nemmeno un giorno), percentuali sui premi (il problema non si pone proprio, chi lo ha mai visto un premio!), foto in copertina (vorrei vedere quale rivista avrebbe il coraggio di farlo!).

Continuo senza particolari difficoltà ed arrivo al kilometro 20 dove la seconda salita, il cui ultimo tratto è praticamente come salire su una scalinata di pietre tutte storte (ma che panorama però, valli sconfinate si aprono sotto di noi!) ci porta nelle vicinanze della Rocca di Calascio la cui visione ogni volta mi meraviglia; c’è il ristoro, bevo un pò, faccio il pieno della sacca d’acqua e riparto; nella discesa immediatamente successiva come sempre cerco un po’ di recuperare il tempo perso in salita, ma essendo il terreno molto accidentato non è così semplice.

È ancora la prima parte della mattinata ma nonostante si gareggi in montagna ed io corra sbracciato, sento già un gran caldo (anche perché lo zaino sulla schiena non aiuta) e so che potrà solo peggiorare; sì perché qui, non so come mai, si sono scordati di piantare gli alberi, tutto il percorso è completamente sotto il sole ed è ancora un clima estivo, di ombra non ne avremo mai, l’unica è quella che produciamo noi stessi ma non sono riuscito a mettermici sotto!

Proseguo e giungo al kilometro 30, fino a qui ho tenuto un passo di cui sono soddisfatto (ma io mi accontento di poco), solo che sono all’inizio di una salita bella lunga, guardo l’indicatore della benzina delle mie gambe e scopro che non solo ho fatto fuori la riserva ma ho il serbatoio praticamente vuoto!; divoro la banana che mi sono portato ed ai ristori (che sono davvero minimi, bevande a temperatura ambiente, quindi brodaglia, niente sali, qualche biscotto) comincio a bere la miglior benzina che conosco, la Coca-Cola (vabbè lo so che ci svitano anche i bulloni ma alla fin fine siamo lì, ho il motore ingrippato!).

Il mio calo non mi preoccupa minimamente, lo avevo messo in conto, calcolando che sono in piedi da più di 24 ore e con già una gara sulle gambe non dovrei nemmeno essere qui ma io so come gestirmi e soprattutto, come detto, sono qui non per inseguire chissà quale risultato ma per quelle emozioni che la corsa sa darmi ad ogni passo, in qualunque luogo e qui che il paesaggio è incredibile questo vale più che mai (tutto intorno c’è silenzio, solo i passi di noi podisti, in lontananza ogni tanto si vedono auto sulle vie, per il resto montagna e valli a perdita d’occhio ci circondano e ricordano quanto siamo piccoli di fronte a sua maestà la natura).

Questa ennesima salita mi prova alquanto (non me la ricordavo così dura questa gara), anche perché il caldo è davvero asfissiante, fortunatamente c’è anche una leggera brezza che ci salva dall’afa ma la strada e soprattutto le ascese sembrano non finire mai, mentre corro ed osservo i monti intorno mi chiedo “dove ci toccherà arrampicarci ora?”.

Altra discesa ma essendo più stanco non la sfrutto a dovere, siamo poco dopo il kilometro 40, da qui comincia uno dei tratti più affascinanti del percorso, corriamo in una specie di canyon sul letto asciutto di un torrente che sarei curioso di vedere in piena (ovviamente a debita distanza), faccio delle foto, come ho già fatto in altri tratti, ne vale davvero la pena, anche se non si può fotografare il senso che ti dà il trovarsi qui; il terreno è un misto di terra e sabbia grigia, si affonda che è un piacere, fortunatamente tira ancora più vento e la fatica si sente di meno.

So che dopo questa parte, verso il kilometro 50, troverò “il muro”, il tratto peggiore, 1 kilometro di salita che se andate a vedere l’altimetria è dritto come la lettera I dell’alfabeto, terrificante; mi diverto con qualche podista che fa questa gara per la prima volta e che mi chiede cosa ci aspetta ora, gli faccio alzare lo sguardo e gli dico “corri ora che tra pochi passi c’è il mostro e ti sarà impossibile farlo”; è una vera scalata a quattro zampe alla fine della quale le gambe sono intorpidite più che mai e questo è un guaio perché subito dopo ci sono gli ultimi kilometri che consistono nel fare lo slalom in un sentiero tutto in discesa in picchiata tra rocce così strette che ad ogni passo quasi faccio le scintille.

Superato anche questo tratto percorro l’ultimi pezzo di sterrato che mi riporta in paese fino all’arco di arrivo; avrei potuto fare meglio se fossi stato più in forma (ma non è nemmeno detto), sono comunque soddisfatto, ci ho messo circa 7 ore riuscendo anche a metterci 10 minuti in meno dello scorso anno nonostante le mie condizioni non perfette, ho costruito la gara passo dopo passo, mi sono divertito, mi porto via tante belle sensazioni, che si può volere di più?.

Ai miei compagni di avventura che come sempre hanno dato il loro meglio e non si sono risparmiati va un saluto particolare.

Questa gara è stata anche un test e la ripresa di allenamenti un po’ più pesanti per vedere come stavo messo sulle lunghe distanze dopo un paio di mesi che non ne facevo e per completare l’opera (iniziata sabato sera) ovviamente la mattina del lunedì successivo alla gara (in cui sto scrivendo queste allegre righe) non ho resistito ed alle 7 di mattina sono uscito per farmi 30 kilometri tranquilli, a sensazione, in poco meno di 3 ore senza difficoltà: tutto questo perché io non sono un “ultra” perché vado oltre ma vado oltre perché sono un “ultra”, si tratta di essere e non di fare, cosa che non è sempre semplice!