Trail del Monte Soglio (Soglio o Sono Desto?!?!)

di Giuseppe Di Giorgio, 01/06/2012

 

bigsoglio

Salve canotte trotterellanti e smanettone, eh sì, essendo uscito dal letargo letterario ho pensato bene di provare a mettere giù qualche riga in merito ad una gara spettacolare alla quale ho avuto la fortuna di poter partecipare.

La tradizione vuole che la settimana dopo la Nove Colli Running mi faccia una bella garetta per sciogliere ben bene le mie povere gambe tanto provate e incriccate dalla sinusoide dei 202 kilometri di quella gara.

Come lo scorso anno mi ero già segnato alla 100 kilometri del Passatore, ma un po’ di giorni prima ho cambiato idea ed ho rinviato l’iscrizione all’anno prossimo; non mi andava di farmi subito 100 kilometri a così breve distanza ma soprattutto avevo voglia di correre non su asfalto ma in un altro scenario, questo sia per ragioni fisiche che mentali, è meglio variare ogni tanto, fa bene al corpo ed alla mente e poi perché all’attività su strada in parallelo sto sviluppando (come mi ero prefissato già dal mio primo anno di tesserato) quella in contesti di montagna.

Mi guardo un po’ in giro ma già so che purtroppo gare di una certa consistenza si trovano solo al nord ed individuo una competizione che fa al caso mio: il trail del monte Soglio, in Piemonte.

Si tratta di un trail di 63 kilometri con dislivello positivo di 3500 metri con un tempo massimo di 14 ore; ci sono dei cancelli orari intermedi di eliminazione, alcuni ristori molto diluiti dato che la gara è in semiautosufficienza (a distanza di 11 o anche 15 kilometri l’uno dall’altro), l’idea mi piace e fortuna vuole che le iscrizioni che erano chiuse sono state riaperte, mi iscrivo, un po’ inconsapevole di quello che la gara sarà realmente.

Sabato 26 maggio, dopo aver preparato l’attrezzatura necessaria per la gara (c’è del materiale obbligatorio da portare e con cui correre pena la squalifica: zaino con acqua e cibo, giacca antipioggia ed antivento, pantaloni sotto il ginocchio, fischietto di emergenza, indumenti di ricambio) parto alla volta di Forno Canavese, sede della gara; tranne una sosta per la benzina, mi faccio una tirata di 7 ore in auto (miiii che barba, poi dite perché corro tanto!) ed arrivo a destinazione verso le 21.

Ritiro il pettorale e pacco gara e da subito mi rendo conto di una cosa di cui avrò la conferma anche il giorno dopo durante la gara; sentendo gli accenti degli altri partecipanti e chiedendo qua e là capisco che io e forse un altro partecipante proveniamo da zone a sud del Po, tutti gli altri sono piemontesi o valdostani o comunque del Nord tanto che qualcuno mi dice “che ci fai tu qui?” ed io “sono venuto a provare no!”.

Dopo aver mangiato molto velocemente mi sistemo per la notte; sono andato al risparmio ed ho prenotato un posto nella palestra messa a disposizione dall’organizzazione ma speravo che almeno ci fossero delle brande che non ci sono, quindi mi adatto a dormire con il sacco a pelo per terra (un po’ duretto!); preparo lo zaino per la mattina seguente e mi accorgo che nella fretta ho preso il camel bag senza sacca dell’acqua che avevo staccato l’ultima volta per lavarla, non è grave, al suo posto mi metto una bottiglia di acqua da 1,5 litri e risolvo così, ormai è fatta, vado a dormire alle 23 dato che la sveglia è alle 4 e 30 visto che alle 6 partirà la gara.

La notte non è facile dormire per la scomodità, per chi russa o per le luci che filtrano dai finestroni della palestra ma riesco comunque a riposare; suona la sveglia ma non ce ne è bisogno dato che già verso le 3 qualcuno si muove per prepararsi (esagerati!!); mi vesto, rapida colazione a base di una valanga di muffin, e mi presento alle 5 e 30 per il controllo materiale e punzonatura; il cielo è coperto ma non fa freddo per nulla, indosso comunque una maglietta a maniche lunghe e rigorosamente pantaloncini corti.

Ore 6 parte la gara, siamo circa 370, ho studiato il percorso e l’altimetria, ho comunque con me il road book della gara dato che è obbligatorio portarlo con sé; so che mi aspettano diverse ore di gara e che sarà molto impegnativo ma oggi non penso a nulla, sembra strano ma sono qui per riposarmi e decido di fare la gara a sensazione, ovviamente sperando di concluderla.

Pochi tratti di asfalto ci portano subito fuori dal paese per avventuraci nel primo sentiero che subito si presenta molto ripido; il grosso del gruppo viaggia già spedito ma io non mi do pensiero, come detto non voglio forzare la mano, voglio sono andare come viene e divertirmi.

Il cielo è molto coperto e rimarrà così tutto il giorno ed da un lato la cosa non mi dispiace inizialmente visto che così non avrò troppo caldo; le immagini che cominciano a scorrermi davanti mano a mano che procedo mi fanno capire che ho scelto bene; passiamo in prossimità di un mulino a vento (e chi ne aveva mai visto uno!), e saliamo in progressione; il sentiero è da subito tutto sterrato, fogliame e pietre, molti tratti sono aperti altri in mezzo a boscaglia, uno spettacolo.

Il percorso è ben segnato ma oltre alle indicazioni della gara vedo altri segni che mi fanno capire che la cosa può diventare solo più difficile: sono i segni bianchi e rossi dei percorsi alpini che vogliono dire solo una cosa “ah bello, ci sei venuto e mò fatichi!”.

Nonostante rimanga nelle retrovie ci sono molte persone con me a breve distanza ed ogni tanto, come è mio solito, riesco a scambiarci due parole; si continua a salire sempre di più ed aumenta di conseguenza la pendenza, mi rendo progressivamente conto di una cosa: riuscirò a correre molto poco sia perché ho comunque la gambe ancora stanche dalla settimana scorsa, ma soprattutto perché le salite sono abbastanza allucinanti ed io non ho una preparazione tale su questo tipo di terreno che mi consenta ritmi elevati ma la cosa non mi preoccupa. Passo il primo ristoro al kilometro 11, rapida bevuta, un biscotto e via, proseguo lungo l’inevitabile ed impervia salita che mi porta al secondo ristoro al kilometro 17 che vale anche come primo cancello: giungo con sufficiente anticipo (almeno un’ora) il che mi dà sicurezza che almeno per ora il ritmo se pure lento è comunque sufficiente.

Mi rendo sempre più conto che i partecipanti sono tutte persone per le quali la montagna è contesto ben noto; hanno ritmi sostenuti, la maggior parte usa le bacchette per affrontare le salite ed in effetti ci vorrebbero ma io non le ho, mi restano scomode; inoltre c’è il fatto che in teoria nei tratti in piano o in discesa andrebbero richiuse mentre qui quasi tutti per non perdere tempo non lo fanno e questo è abbastanza pericoloso per chi si trova dietro di loro dato che si rischia di ristare infilzati come tordi allo spiedo!

Finalmente c’è una bella discesa ma come previsto, non trattandosi di asfalto, la velocità che riesco a sviluppare è davvero relativa a causa delle gambe veramente imballate però un minimo riesco a recuperare ma non è che mi interessi molto; sono stregato dal paesaggio, valli e monti a non finire, e nonostante il cielo continui ad essere scuro, mi sembra un paradiso.

La festa è finita, c’è una nuova salita, butto uno sguardo all’altimetria e mi prende un colpo, se l’asta del bilancio italiano fosse così inclinata saremmo tutti ricchissimi ma invece qui ciò che leggo vuol dire solo che mi scontrerò contro un muro di roccia smisurato; la pendenza in certi punti è tale che quasi mi do delle ginocchiate in fronte, in alcuni tratti mi devo aiutare anche con le mani altrimenti procedere diventa, almeno per me, quasi impossibile.

La difficoltà è data anche dal fatto che dove c’è erba è tutto scivoloso, e se non c’e erba ci sono pietre, fango o terreno tutto a bozzi e buche; ci sono una miriade di ruscelli o piccolo torrenti da superare ed inevitabilmente finisco con i piedi in mezzo all’acqua fresca almeno una volta su due ma alla fine è divertente.

Giungo al kilometro 30, altro ristoro ed altro cancello che passo con un buon margine ma la salita si fa sempre più faticosa, lentissimamente arrivo al kilometro 37 dove c’è, anzi, ci dovrebbe essere un ristoro ed un altro cancello; uso il condizionale perché qui l’atmosfera è tra il surreale lo spettrale, c’è una nebbia fittissima che non fa vedere molto, in lontananza si scorgono della figure che sembrano fantasmi tanto che io dico, suscitando le risate dei miei compagni “mi sa che qui se ne sono andati tutti ed approfittando della nebbia hanno piazzato delle sagome di cartone!”.

Fortunatamente il ristoro c’è e le persone anche solo che è finita la coca-cola ed allora, udite udite, mi bevo due bicchieri di birra, tanto sempre zuccheri sono!; alla nebbia si aggiunge un altro elemento, un bel gelo, la temperatura è precipitata, mi cambio maglia e mi infilo la giacca di gore-tex che non toglierò fino alla fine (senza di questa me la sarei vista veramente brutta); lo staff ci dice che ci è andata anche bene visto che fino alla settimana scorsa era tutto ricoperto di neve!.

Proseguo fino alla cima del monte Soglio a circa 2000 mt e qui comincia il brutto; la salita mi ha sfiancato ed ora devo percorrere tutta la cresta del monte il che vuol dire che si corre su un sentiero risicatissimo e stretto, anche qui fango, terra dura e pietrisco ed in alcuni tratti una pietraia sconfinata fatta di rocce più grandi; qui rallento sensibilmente non tanto per la fatica ma per la difficoltà tecnica del percorso visto che un piede messo male (e la nebbia persiste) vuol dire farsi un bel volo che probabilmente potrei non poter raccontare.

Lungo il percorso c’è fortunatamente la presenza costante dell’organizzazione e dei volontari del CAI, appollaiati in posizioni assurde, sferzati dal vento, ad aspettare il passaggio di noi malati di mente; io gli dico che sono un po’ stanco e scherzando sottolineo “poi dall’accento capite che non sono proprio uno di montagna!” e loro mi dicono “beh sei comunque bravo a volerci provare, tranquillo c’è un ristoro a qualche centinaio di metri”, io mi rincuoro ma poi aggiungono “ci vorranno circa venti minuti”; io penso che stiano scherzando ma non è così, qui sopra mi è davvero impossibile fare qualcosa di più che camminare per la prudenza e le gambe abbastanza stanche, guardo il crono e vedo che ho impiegato 8 ore per fare 40 kilometri!.

C’è da dire che si tratta comunque di uno sforzo diverso dall’asfalto, non sono infatti stanco e la previsione di stare altre ore in marcia non mi spaventa per nulla, è tutto troppo bello, le mie gambe vanno da una parte, la mente dall’altra ed in mezzo lo spirito di liberà che unisce il tutto, potrei starci all’infinito.

Mi fermo al ristoro a bere dell’acqua di fonte che è una meraviglia, mi siedo un attimo a medicare un piede con dei cerotti per vesciche; un concorrente è esausto e si vuole ritirare ma lo staff gli dice “ok ma devi comunque fare altri 5 km fino ad un bivio dove troverai dei mezzi per riportarti, con questo tempo qui non ci arrivano nemmeno gli elicotteri”.

Continuo, mi aspetta di nuovo una bella cavalcata (si fa per dire) in discesa, il recupero è sempre minimo, non immaginavo fosse così dura ma ci sono venuto apposta per capire come sto messo; arrivo all’ultimo cancello e ristoro del kilometro 50 passo veloce e continuo; i calcoli che mi ero fatto in effetti sono sbagliati perché avevo fatto riferimento ai dati che ho trovato dello scorso anno ma all’epoca c’erano 3 kilometri in meno e dislivello minore, infatti sento parecchi che mormorano “quest’anno è veramente più difficile”; mi rendo conto che la mia previsione di finire in 10 ore è inattendibile, la cresta mi ha portato via una valanga di tempo (ma ne valeva la pena).

Finita la discesa inizia una serie di strappi che si fanno sentire e non danno tregua; ancora ponti, salite, torrenti, vegetazione fitta ed al tutto si aggiunge un’altra cosa (meglio ora che prima comunque): comincia a piovere e poi a diluviare; mi metto il cappuccio, copro lo zaino e proseguo; dove posso cerco di accelerare un po’ non tanto per cercare di finire in tempo la gara ma quanto per il fatto che devo anche ripartire appena finito!.

Raccolgo le forze e riesco a ricominciare a correre, la pioggia mi accompagna fino alla porte di Forno Canavese, faccio un ultimo tratto di asfalto e mi guadagno il traguardo in 13 ore e 2 minuti; ritiro diploma, pantaloncini ricordo della gara, mi faccio fuori un’altra birra (peccato ora c’è il birra party ma devo ripartire) una veloce doccia e prendo la via del ritorno dopo essermi fatto preparare due panini dall’organizzazione visto che no ho tempo di sfruttare il pasta party.

Mi sciroppo altre 7 ore di viaggio e arrivo a Roma a notte fonda, sono le 3, ma il pensiero di tutto quello che ho visto e fatto mi ha tenuto ben sveglio!
È stata una gara spettacolare e faticosissima, sicuramente ho ancora molto da imparare, ma piano piano ci arriverò.

Alla prossima!