Nove Colli Running – 202 kilometri – 100 kilometri del Passatore (Quei Maledettissimi Meravigliosi 9 COLLI!!!!….per tacer del Passatore!!)

Ultraresoconto di 8 giorni e 300 kilometri

di Giuseppe Di Giorgio, 05/06/2013

 

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Odio e amore! Sì, oramai non posso che definire così il mio rapporto con la Nove Colli Running; come due amanti impazziti ci siamo trovati, siamo stati vicini, abbiamo litigato, ci siamo separati per tre volte! Ha ragione il suo creatore Mario Castagnoli affermando che una volta che inizi non ne esci più!!!.

Comunque bando alle ciance, se non si è capito nelle prossime righe andrò a narrare le mie gesta (assai misere in verità) che hanno visto come teatro di battaglia ancora una volta Cesenatico e dintorni. Cosa è la Nove Colli ormai dovreste saperlo in base ai miei due resoconti precedenti (anche se poi questa è davvero una gara sconosciuta alla maggior parte degli esseri umani) ma nel dubbio vi rinfresco brevemente la memoria.

La Nove Colli Running (una delle tre ultramaratone più dure al mondo) si corre oramai da 16 anni prendendo a prestito il percorso della ben più nota gran fondo di ciclismo che oramai ha superato le 4 decadi di età; si sviluppa su un percorso su strada di circa 202 km e questa è la prima difficoltà dato che si tratta di correre circa 5 maratone di seguito, sì di seguito perché non è a tappe ma è non-stop con un tempo massimo di 30 ore disponibili che non sono tante davvero (traduzione: sperare di terminare la gara solo camminando è impensabile perché il limite orario non lo permette); aggiungeteci che ci sono 90 kilometri di salita (fortunatamente non tutti insieme) per un dislivello totale di oltre 3000 metri e che ciò è dovuto al fatto che ci si deve inerpicare per nove colli appunto che hanno pendenze medie e massime a due cifre che manco con una funivia!

Certo c’è pure parecchia discesa ma in questo caso il vantaggio di averla è assai relativo dato che a causa delle suddette salite le gambe sono sottoposte a dura ed impietosa prova che le rende abbastanza provate per poter poi girare in discesa agevolmente (anzi è più facile che imballate dalla salita in fase di discesa si piantino del tutto!). Ah dimenticavo altri dettagli non poco trascurabili: si parte alle 12 di un sabato di metà maggio e quindi fa abbastanza caldo di solito, il percorso in gran parte non è coperto e quindi il sole picchia; i ristori non sono quelli canonici della maratona cioè ogni 5 kilometri ma sono posti a distanze tra loro che vanno dagli 8 ai 15 kilometri!!

Orbene dopo averla terminata nei due anni scorsi ho voluto provare anche quest’anno e mi sono iscritto con la sola certezza di volerci riprovare perché la certezza di finirla, beh quella non ce l’hai fino all’ultimo; in realtà i traguardi sono 3, il primo è “La Montagna” al km 84 in cima al Barbotto (il quarto colle), il secondo è “La Roccia” al km 158, il terzo è “Uomo d’Acciaio” al km 202 ma io penso solo a quest’ultimo.

Come al solito mi sono preparato alla gara con i miei allenamenti mooolto personali che si basano esclusivamente nel fare una valanga di kilometri ravvicinati oltre che tenere una media settimanale possibilmente alta; quest’anno comunque in generale ho meno tempo causa mille altri impegni, soprattutto lavorativi (ma meno male che c’è un lavoro per il quale faticare!) che oltretutto mi fanno stancare e non mi consentono il recupero necessario ma questo non è per me un buon motivo per non provarci.

In principio doveva essere della partita il buon PIT, non tanto per dargli la possibilità di sogghignare e farmi assistenza mentre mi poteva osservare agonizzante per la strada ma perché causa lavoro anche quest’anno posso solo partire il giorno stesso della gara il che equivale ad una sveglia all’alba, farsi 400 kilometri in auto, fare la gara e ripartire poco dopo, quindi un amico che possa guidare è sempre meglio; impegni imprevisti non hanno consentito tutto questo (ma alla fine sono contento per PIT perché comunque per lui sarebbe stata un’ammazzata e mi sarebbe dispiaciuto visto che il sabato dopo dovrà fare il Passatore e vista la magnifica prestazione che ha fatto sono convinto che il venire con me lo avrebbe provato e mi sarei sentito in colpa); così sabato 18 maggio mi sveglio alle 5, carico l’auto e parto in direzione Cesenatico facendo tutto il viaggio senza fermarmi (tanto i muffin li mangio mentre guido!!).

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Arrivo verso le 10 e 30, parcheggio, ritiro il pettorale e pacco gara con la prima medaglia che danno sulla fiducia come dico io, quella finale pesa 10 volte tanto ed è immensa; come sempre incontro molti amici conosciuti negli anni di gare, quelli che fanno queste mattate sono quasi sempre gli stessi, tutti bipedi recidivi fulminati sulla via dell’ultrarunning; attenzione, a guardarci da fuori sembriamo l’armata brancaleone, non ci sono fisici da superman perché non lo siamo assolutamente, nessuno è podista di professione qui; se volete riconoscere un ultrarunner cercate il suo sguardo e capirete che dietro c’è un mondo e davanti c’è l’infinito e che questo vale sempre, non solo quando si corre.

Dopo questo torno all’auto, mangio due panini volanti mi cambio e preparo per la gara (mettendo crema anti-sfregamento e solare visto che fa caldo come al solito), il briefing pre-gara lo salto perché ormai so tutto a memoria, conosco bene anche la fatica e la sofferenza che mi aspettano!; non avendo assistenza potrei comunque avvalermi dell’organizzazione e lasciare delle sacche con cambi e cibo da trovare ai vari ristori come fanno alcuni ma decido come lo scorso anno di non farlo anzi, faccio anche peggio; lo scorso anno mi ero comunque portato il camelbak pieno di acqua, cibo e cambi ed avevo fatto la gara con quello come fanno altri ma stavolta volevo viaggiare più leggero; così mi sono messo due magliette a maniche corte una sopra all’altra, un mini marsupio con in tasca il cellulare, un mini k-way ed una bottiglietta d’acqua che terrò in mano per tutta la gara e che mi darà l’autonomia (spero) per sopravvivere da un ristoro all’altro.

Sono quasi le 12, viene fatto l’appello, siamo poco meno di 130 partenti (record della gara) qualcuno non si è presentato; come sempre c’è il prete locale che ci benedice ed è un momento di commozione e tensione perché ognuno realizza quello che sta per avvenire.

Si da il via alle 12, come da regolamento bisogna fare i primi 21 kilometri in gruppo in non meno di 2 ore ma bene o male ognuno ha il suo passo ed io cautamente resto nelle retrovie partendo molto calmo, fa caldo (come al solito almeno 28 gradi) ed io purtroppo mi sento un po’ stanco, so che non sono riposato come dovrei e come vorrei ma questo è, sento che la gara sarà in salita (in tutti i sensi!!!), però nessuno mi ha puntato la pistola per essere qui, è la voglia che mi ci ha portato.

Questo primo tratto non è molto bello in quanto urbano, da Cesenatico si passa a Cesena e poi di qui si arriva alla fine dei primi 21 km dove c’è un primo grande ristoro ai piedi del primo colle; ovviamente ho già iniziato a bere ed ho sgranocchiato qualcosa, so che devo rimanere in forze e non disidratarmi anche perché sento che ho il passo un po’ affaticato, è inutile che me lo nascondo, l’euforia di inizio gara è scemata ed ho netta la sensazione di sonno, non stanchezza muscolare ma puro e semplice sonno, spero che mi passi anche se neri pensieri mi balenano nella mente.

Affronto il primo colle ed ovviamente per tattica non provo assolutamente a correre (è una mia scelta forzata, c’è chi a correre qui ci riesce eccome!), cerco solo di mantenere un passo costante e spedito per quanto mi è possibile sperando di recuperare un po’ in discesa; anche se come detto sono stanco sono comunque tranquillo, non perché sia sicuro di finirla ma perché posso dire di conoscere bene la gara e di sapere come gestirla. Finito il primo colle sciolgo un po’ le gambe in discesa, la maggior parte del gruppo è avanti ma la cosa non mi interessa, questa gara è sempre una prova per sé stessi e basta, almeno per me non c’è assolutamente competizione. Proseguo stando sempre attento a sfruttare i pochi ristori senza però perderci tempo, per ora la stanchezza non accenna a passare comunque progressivamente proseguo e supero il kilometro 50 e poi il 60 che si trova poco dopo il primo cancello orario, ci metto almeno 7 ore e quindi sono un po’ più lento degli scorsi anni ma comunque viaggio abbastanza bene.

Sono un po’ preoccupato perché il cielo si è coperto e questo da una parte dà un po’ di sollievo dalla calura ma dall’altra mi fa capire che potrebbe piovere (le previsioni che avevo visto erano in tal senso) e non avendo nessuna possibilità di cambiarmi (tanto che gli altri mi hanno preso per pazzo) l’idea di inzupparmi non mi garba nemmeno un pò; detto, fatto comincia a piovere, per fortuna una pioggia leggera che mi accompagnerà in altri momenti della gara ad intermittenza, mi darà un po’ di disagio ma potrebbe anche esser peggio come diceva qualcuno…..; per ovviare al problema mi tolgo la maglietta esterna ogni tanto così tenendola in mano mentre corro si asciuga.

Proseguo e comincia a farsi sera anche se non ancora buio, ai ristori bevo e riempio sempre la bottiglietta che esaurisco sempre poco prima del ristoro successivo; ogni volta chiedo agli addetti quanto dista il prossimo così mi posso regolare.
Passa la macchina dell’organizzazione che fa avanti ed indietro per fare assistenza sul percorso, mi chiede se ho bisogno di una luce per la notte ma rispondo di no dato che stavolta ho portato la torcia frontale che è più comoda rispetto alle volte scorse che usavo quella manuale data da loro; mi faccio però dare un po’ d’acqua visto che ho una gran sete.

Mi sento sempre un po’ fiacco ma capisco che tale condizione mi accompagnerà per tutta la gara; nel frattempo mi succede quello che ho già vissuto le altre volte: la tensione e l’emozione della gara si fondono in me dandomi una sensazione di commozione, sento e mi dico che sto facendo qualcosa di incredibile e di immensamente bello; anche se la gara è molto in solitaria e siamo tutti sparpagliati, l’idea che oggi qui c’è un gruppo di matti come me che sta sfidando l’impossibile mi pervade e sostiene (attenzione, tutto quello che scrivo io non è come vedo la gara ora a posteriori ma come la vedevo in quel preciso momento perché io il resoconto nella mente lo scrivo mentre corro, alcuni possono sembrare pensieri strani ma in quei momenti quei pensieri sono quelli che ti mandano avanti!).
C’è poi da considerare che qui il paesaggio è veramente bello e suggestivo, campagna, colline a perdita d’occhio, spazio e tempo assumono una valenza diversa perché ci si perde in tutto questo.

Continuo, metto la torcia frontale e mi inerpico per la salita del Barbotto, il 4° colle, kilometro 84, in cima al quale c’è il ristoro più grosso di tutta la gara, quasi una sagra di paese con musica e tavoli imbanditi; qui mi concedo un po’ di pausa mi siedo 10 minuti, faccio fuori un mega piatto di pasta al sugo, 5 pizzette, bevo e riparto; molti concorrenti per scelta o per forza si fermano qui.

Oramai è buio, sono le 22 passate ma fortunatamente non fa ancora freddo e posso rimanere sempre in maglietta visto che il k-way è una carta che mi devo giocare per la seconda parte della notte e per l’alba; di nuovo discesa che con il vento in faccia mi aiuta a svegliarmi anche perché, ovviamente, ho cominciato a bere coca-cola per stare in piedi.

Giungo al cancello del kilometro 101, Ponte Uso, in circa 12 ore e 40 minuti, anche qui ho la conferma che sono più lento delle altre volte dove ci arrivavo in circa 12 ore, sono comunque in vantaggio sul cancello ma un pensiero si fa strada: sono partito stanco, sono un po’ più lento del previsto e posso quasi sicuramente solo peggiorare quindi devo stare attento e valutare bene come proseguirà la gara.
L’abbinata dei due colli successivi mi distrugge, faccio una fatica mostruosa in salita perché sembra di arrampicarsi sugli specchi spalmati d’olio e perché ora essendo notte ho davvero sonno; approfitto del mio passo da bradipo ed in salita, mentre cammino, socchiudo gli occhi, mi riposo e recupero.

Oramai siamo tra di noi concorrenti siamo tutti distanziati, i contatti si limitano ai ristori, lungo il percorso non c’è nessuno a parte l’auto di controllo che ogni tanto gira, qualche auto che fa assistenza ad altri ed ovviamente qualche podista che mi raggiunge o che raggiungo io.

Ma la notte è la parte di questa gara che preferisco, la sua immensità mi risucchia e mi ributterà fuori il giorno seguente sempre un po’ diverso; il cielo non è del tutto coperto, le stelle e soprattutto le lucciole di campagna (che animali poetici) mi aiutano nel vedere la via; il rumore dei miei passi, il mio respiro, il vento ed anche qualche verso poco rassicurante proveniente dalla vegetazione ai lati fanno da colonna sonora a questa mia traversata.

Ogni tanto nell’oscurità sento e vedo sfrecciare alcuni ciclisti pazzi che stanno facendo la doppietta, ovvero stanno facendo i 200 kilometri in bici e il giorno dopo li rifaranno ancora con la partenza della gara ufficiale di gran fondo ciclistica.
Arrivo in cima a Perticara, 6° colle, mi risiedo e rifocillo con panini e coca cola e anche un po’ di birra perché ora fa un po’ fresco (sicuramente la mia sensazione di freddo è dovuta anche alla stanchezza e quindi debolezza); osservo il tabellone di gara, ho diverse persone davanti, i primi si sono fermati qui solo un minuto di orologio, io mi siedo e come altri staziono un po’ perché sono veramente stanco.
Dopo diversi minuti mi rialzo perché so che se mi fermo troppo mi freddo e c’è il rischio che non riparta più; sollevarsi dalla sedia non è facile ma ci riesco e ricomincio a sgambettare, sono ancora a maniche corte, mentre mi avvio do un’occhiata all’orologio (il garmin oramai si è scaricato e quindi ho un cronometro normale) e mi rendo conto che progressivamente sto andando peggio.

Devo alternare corsa e camminata in pianura, soffrire in discesa visto che le gambe sono di marmo e stranamente sono felice di affrontare le salite che sono oramai dei gironi danteschi ma almeno mi obbligano a camminare e danno un po’ di tregua.
Ci metto veramente un tempo interminabile ad affrontare i successivi colli non tanto per il dolore alle gambe che inevitabilmente c’è ma è minore delle scorse volte ma perché ho le gambe proprio scariche; apprendo solo ora che quest’anno hanno aumentato i cancelli, faccio due calcoli su come mi sento e su come sto andando ed il buio cala dentro me.

Vado in crisi, mi dico che se continuo così non arriverò alla fine perché mi fermeranno ai cancelli prima; gli altri anni normalmente al kilometro 170 meditavo sempre il ritiro perché avevo le gambe distrutte ma alla fine ho sempre continuato fino alla fine; qui invece sono tra il kilometro 136 e 151, sento che sto per cedere e non perché non ce la faccio (anche se sono stremato) ma perché “mi sto dicendo” che non ce la faccio e non è la stessa cosa!; mi dico anche tante altre cose come succede in questi momenti tipo “Che ci faccio qui! Voglio un letto! Mai più!!”.

Ragiono un attimo, il che in queste condizioni è tutto dire, so che qualcosa la posso dare ancora e faccio l’unica cosa che mi può salvare, ricomincio a correre con passo spedito, inframmezzando ogni tanto camminata; l’allenamento fatto ha funzionato, le gambe mi fanno male ma non sono bloccate, girano ancora, il dolore è una componente di questa gara che si deve accettare ad occhi chiusi perché è inutile illudersi, qui dal primo all’ultimo soffriamo tutti e tanto.

Recupero il tempo perduto passo i cancelli successivi avendo sempre un margine di circa un’ora o poco meno, questo mi ridà molta fiducia; nel frattempo albeggia, già da prima ho messo il k-way per ripararmi dalla brezza notturna e dell’alba; questo momento è un altro dei miei preferiti, in parallelo ci siamo io che lentamente risalgo un colle e il sole che pian piano si alza nel cielo: lui brilla di suo, io brillo di mio, di gioia.

Trovo di nuovo anche lo spirito di scherzare con gli addetti ai ristori che sono di una gentilezza incredibile ed anche loro fanno una bella fatica a stare in piedi tutte quelle ore per noi; mi confermano che molti come sempre si sono ritirati prima; arrivo a Ponte Uso, qui al ristoro ci sono come addetti due ragazzi che avevo conosciuto in gara alla 50 kilometri di Romagna, ci faccio due chiacchere e gli chiedo secondo loro come sto messo come tempi, a loro parere sto andando ancora bene ed in effetti so che è così; in questo tratto già si vedono i ciclisti della gara che è partita in mattinata e che sfrecciano come pazzi (sono diverse migliaia).

Ora mi aspetta un lungo tratto che mi porterà ai piedi dell’ultimo colle, Gorolo e so che lì mi aspetta l’inferno; sono di nuovo a maniche corte per il caldo che è tornato, con fatica arrivo ai piedi del colle mettendoci un’eternità che è nulla in confronto a quello che ci metterò a salire in cima; qui devo affrontare una serie di tornanti con una pendenza pazzesca, tale che anche i ciclisti che a frotte stanno salendo hanno difficoltà, alcuni sono allo stremo, ma mai quanto noi, sento la meccanica delle loro biciclette che stride e scricchiola per la pressione a cui è sottoposta.

Come sempre molti di loro ci salutano ed incitano (ed io faccio lo stesso con loro anche se con voce più flebile!) perché la maggior parte sa che stiamo facendo a piedi quello che loro stanno facendo in bicicletta (e non è proprio la stessa cosa), penso che vicendevolmente ci consideriamo dei pazzi; ogni volta che risento in me le loro parole e rivedo i loro sguardi di approvazione ed anche di ammirazione mi commuovo, io non conosco loro e loro non conoscono me eppure la passione per lo sport ci accumuna e lega in qualche modo con un invisibile ma fortissimo filo.

Come preannunciato risalire Gorolo è tremendo perché alzando lo sguardo si vedono tutti i tornanti, vedo i podisti che sono davanti a me lassù in alto e mi sembra impossibile poterci arrivare ma alla fine guadagno la vetta; mi siedo un attimo al ristoro e rifocillo un po’ anche se a questo punto diventa difficile pure alimentarsi perché bocca e stomaco sono un crogiuolo di sapori che si mescolano e c’è il rifiuto ad ingerire anche una mollica ma so che lo devo fare viste le migliaia di calorie che sto bruciando (ho stimato che ne brucio almeno 18000).

Qui sono al kilometro 172 me ne mancano 30, potenzialmente sono pochi ma di fatto so che impiegherò parecchie ore per coprirli date le mie condizioni eppure oramai sono talmente abituato a stare ore ed ore per strada che l’idea di metterci anche un’eternità non mi disturba affatto anzi, sono sereno; fino ad ora ho fatto 100 kilometri in 12 ore e 30 circa e 170 kilometri in 24 ore circa, mi restano quindi poco meno di 6 ore per 30 kilometri e non mi illudo, so che mi serviranno quasi tutte.

Ridiscendo con una corsa un po’ improbabile ma efficace fino ad arrivare a fondo valle; da qui inizia un interminabile tratto di saliscendi in cui essenzialmente corro poco e cammino tanto perché oramai dolore e fatica sono tutt’uno; progressivamente mi riavvicino a Cesenatico ed affronto gli ultimi 20 kilometri che come i primi sono i peggiori per vari motivi; sia perché l’arrivo sembra sempre lontano ed irraggiungibile e sia perché per giungere si devono attraversare una serie di rotatorie, cavalcavia, marciapiedi che danno la nausea.

Come sempre nella parte finale ci si ricompatta un po’ con altri podisti che sono allo stremo della forze come me; chi può allunga il passo, altri oramai beatamente camminano e chiacchierano; io ho un po’ di difficoltà perché in questi ultimi 20 kilometri mi sono venute delle vesciche che mi danno dolore sia nel camminare che nella corsa e quindi zoppico vistosamente ma proseguo;
arrivo all’ultimo kilometro, vengo incanalato nella corsia riservata a noi podisti per non intralciarci con i ciclisti che continuano ad arrivare.

Quando vedo lo striscione dell’arrivo trovo come sempre la forza di fare di corsa le ultime centinaia di metri mentre lo speaker annuncia il mio arrivo; c’è pubblico ai lati quasi tutti lì per i ciclisti (loro sono 12000 noi 120!) ma sono tutti gentili ed acclamano anche noi; lo speaker mi intervista ma sono così stravolto che non ricordo assolutamente nulla, so solo una cosa: ancora una volta ce l’ho fatta!.

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Mi reco al piccolo gazebo laterale a ritirare il mio terzo diploma di uomo d’acciaio (anzi di uomo e basta perché nella fretta si sono sbagliati e la scritta è incompleta!) e la pesantissima medaglia; ci ho messo 29 ore e 40 minuti non-stop (quindi per fare gli ultimi 30 kilometri ci ho messo 5 ore e 40 minuti!!, in condizioni normali ce ne metterei meno della metà!), 61° arrivato su 69 di cui alcuni fuori tempo massimo, gli altri si sono fermati tutti prima; ovviamente del tempo mi interessa relativamente, ora ho imparato che non posso arrivare a questa gara partendo già con la stanchezza, so che potrò fare meglio, vedremo, qui comunque, almeno per me, arrivare è già una gran cosa e sono veramente soddisfatto, anche fisicamente ne sono uscito meglio visto che lo corso anno le mie tibie si erano gonfiate talmente tanto che non si distinguevano dal polpaccio ed io non me ne ero nemmeno accorto se non mi fosse stato fatto notare!.

Ora sorge un problema, partenza ed arrivo sono in due punti differenti quindi la mia auto è a poco più di un kilometro da dove sono; mi incammino moooolto lentamente, tanto che ci metto 40 minuti ad arrivare all’auto ma nel frattempo succede una cosa buffa: per come sono conciato (ancora con il pettorale – visto che il cambio è in auto – zoppicante, sguardo perso, diploma e medaglia in mano e pure un po’ tremolante visto che per sforzo a me viene una sorta di febbre temporanea) è facile intuire cosa ho fatto e per la strada vengo fermato da una valanga di persone, alcuni hanno fatto la gara ciclistica altri sono semplici passanti, mi stringono la mano, si congratulano, mi fanno domande quasi fossi una star di Hollywood, veramente divertente; beh ho visto anche qualche sguardo di qualcuno tra l’allibito e l’inorridito!.
Giungo alla macchina mi cambio e riparto facendo una piccola deviazione che mi consentirà il ritorno più buffo e bello del mondo!

Dopo tutto questo ho pensato di riposarmi perché mi sentivo veramente stanco; lo scorso anno avevo rimandato la gara della 100 kilometri del Passatore perché ero impegnato in un trail e sebbene mi scocciasse mancare anche quest’anno, il pensiero di un’altra ammazzata mi ha dissuaso. Ma questo ovviamente non è durato tanto perché mi sentivo sì stanco ma stranamente senza dolori apparenti alle gambe e così tra mille titubanze il sabato mattina successivo mi sono alzato e mi sono detto “faccio al volo lo zaino, vado in stazione e se trovo un treno ci provo!”.
Eh, il fato ha voluto che trovassi il treno e sono partito; arrivo a Firenze alle 12, mi reco al ritiro del pettorale dove incontro alcuni orange che partecipano.

Mi accorgo subito che ho avuto una pessima idea perché sembra inverno, fa freddo, c’è vento e soprattutto piove a dirotto mentre normalmente questa gara è sempre calda e assolata; vabbè ormai sono in ballo e ci rimango, mangio un mega pezzo di pizza bianca, mezza tavoletta di cioccolato e con gli altri ci mettiamo sotto i portici per cambiarci ed attendere la partenza; certo gli organizzatori qui come in altre cose hanno un po’ peccato perché una minimo di riparo lo potevano anche predisporre. La pioggia non accenna a smettere e ciò è un problema, ho portato il mio k-way ed un cambio di maglietta oltre che il cambio per il dopo gara; lascio in consegna una busta con una maglietta che troverò a metà gara ma non fidandomi (e farò bene) mi porto una maglia a manica lunga nel marsupio e decido di partire da subito con il k-way perché diluvia; per i ristori so che non avrò problemi perché qui sono anche fatti meglio di una maratona.

Ore 15 si parte ed il serpentone umano si snoda per le vie di Firenze che progressivamente ci portano fuori città in direzione Fiesole, anche questa gara ormai la conosco bene e nonostante sia in condizioni abbastanza pessime per la stanchezza che mi porto appresso non ho troppi pensieri. I primi kilometri il gruppo è comunque compatto anche perché siamo quasi 2000 persone ed in questa gara so che non c’è un solo tratto che si è da soli; stranamente riesco a tenere un ritmo decente e faccio diversi kilometri con PIT ma capisco subito che lui è nettamente più in forma e fresco di me mentre io sono comunque affaticato e per questo mi fermo un attimo e gli dico di procedere senza farsi problemi in modo da non zavorrarlo ed infatti lui continuerà e farà una gara strepitosa mentre io me la vedrò un po’ peggio!.

Comunque la prima salita di Fiesole non mi dà particolari problemi che invece cominciano durante la discesa verso Borgo San Lorenzo; dal kilometro 20 al kilometro 30 infatti praticamente mi si blocca il ginocchio sinistro che non riesco a piegare bene per un fastidio; fortunatamente almeno la pioggia un po’ è cessata e posso togliermi il k-way che comunque, nonostante faccia fresco, mi fa sudare parecchio; la pioggia è stata comunque sostenuta e quindi sono comunque zuppo come tutti e posso solo sperare che il vento mi asciughi un po’. Al kilometro 30 mi si sblocca il ginocchio e riesco a tornare ad un’andatura normale anche perché sto arrivano ai piedi della salita che porta al passo della Colla e con una gamba fuori uso sarebbe un problema.

Inizio a salire, la pendenza è consistente, alterno corsa e passo veloce, ogni tanto mi devo rimettere il k-way perché la pioggia si diverte a tormentarci; mi spiace anche perché con il cielo coperto e scuro il paesaggio non è bello come dovrebbe e come mi ero abituato a vedere le scorse volte.
Salgo abbastanza bene tanto che arrivo alla Colla in circa 5 ore e mezza che per le mie condizioni va bene ma arrivato in cima capisco che per me la gara “facile” è finita e vi spiego subito perché: per fare la prima metà gara ho spinto un po’ troppo visto che non sono partito al 100% ed ora mi trovo abbastanza esausto (comunque anche se mi fossi conservato un po’ di più non sarebbe cambiato tanto, sono stanco e rimedio non c’è) ma la mia premura era scollinare il prima possibile perché sopra trovo il gelo (non più di 5 gradi dicono) ed arrivarci dopo sarebbe stato peggio.

Il problema è che qui innanzitutto non si riesce nemmeno a camminare per colpa di un ingorgo che hanno creato le macchine per fare assistenza e questo l’organizzazione dovrebbe evitarlo facendo controlli rigidi dato che noi podisti arriviamo qui con i polmoni spalancati dallo sforzo e ci tocca respirare i gas di scarico delle auto; il problema è che così sarà anche in molti tratti del percorso perché molte auto si fermano, attendono il loro amico e poi ripartono fregandosene di noi che siamo lì ed aspiriamo il loro gas; è assurdo che io stia correndo una gara praticamente in campagna e debba soffocare di smog.

Comunque il problema più grosso è che sono congelato ed in preda ad un crisi di freddo, entro nel tendone con le sacche e recupero la mia maglietta e mi cambio (altri non saranno così fortunati e ci metteranno tempo a trovare le proprie cose o addirittura non le troveranno e non si potranno cambiare, assurdo, da denuncia!!).
Tremo come una foglia e medito di fermarmi, prendo un bicchiere di brodo per scaldarmi e la metà cade in terra tanto è malferma la mia mano, ne prendo un altro e lo mando giù trovando un po’ di sollievo ma freddo ne sento tanto ancora quindi ho due possibilità: o mi fermo del tutto o riparto subito perché almeno il movimento mi scalderà.

Manca metà gara, ora c’è anche una discesa che mi può aiutare, non sono i 50 kilometri da fare che mi preoccupano ma il freddo e la pioggia però mi dico “dovessi metterci un secolo ci provo”.
Riparto ed ovviamente va come intuivo, in discesa corro ma non come dovrei perché mi mancano le forze ma ormai il dado è tratto, ho tanta stanchezza e sonno che mi porto dalla settimana precedente, bevo e mangio come posso ma arrivati dove il percorso spiana (attenzione perché l’altimetria è assai menzognera, l’ultima parte del percorso è tutt’altro che in discesa, è una serie falsi piani più in salita che altro) mi pianto comincio a camminare. Ormai è buio pesto, per un bel tratto ho evitato di usare la torcia frontale grazie al chiarore del cielo in alcuni punti, ma ora accendo la mia luce e proseguo. Vado molto lento e cerco ogni tanto di risvegliarmi con un po’ di corsa, per fortuna intorno a me è pieno di podisti, siamo tutti nella stessa condizione ma proseguiamo come possiamo; io non faccio caso nemmeno più al tempo, tanto so che sto arrivando, a meno che non spostino Faenza al traguardo sento che terminerò la gara. Passo il kilometro 80 e poi il 90 arrivo a 3 kilometri dal traguardo e li faccio tutti di corsa perché non vedo l’ora di cambiarmi e farmi una doccia (che nemmeno sarà tanto calda, altra pecca!).

Ritiro la medaglia e vado nella palestra dove c’è sempre il solito circo, gente che dorme, gente che si fa massaggiare, chi ha una flebo, chi crolla per terra; stavolta è stata più dura per tutti: di me sono comunque soddisfatto come sempre, sono arrivato alla fine di una gara che nemmeno avrei dovuto iniziare per come stavo.
Faccio i complimenti a tutti i miei compagni di squadra, veramente dei guerrieri perché ognuno ha dato il meglio e si è visto.

Ora vi lascio con un regalo che mi ha fatto un nostro amico (Antonio) che ben conoscete e che si è dilettato a farmi da cantore e della qual cosa lo ringrazio davvero; riporto il testo avendomi lui autorizzato a farlo.

Er matto

De matti è pieno ‘r monno, e ‘n certi posti
ce n’è ‘na quantità che nun te dico:
frammezzo a li podisti c’ho n’amico
che ne conosce certi belli tosti.

Fra questi ce sta er matto più speciale
che batte tutti quelli c’ho mai visto:
de faccia pare solo un poro cristo
ma ccore co ‘na fregola bbestiale!

Se veste d’arancione come un bonzo,
nun dorme, ma se fa de cocacola,
scavalla nove colli mentr’è sbronzo,

ma nun je basta gnente a quello llì !
Riparte er giorno dopo a fa’ la spola,
se chiama, pe’ l’amici, Giddiggì !