Ultramaratona del Gran Sasso (L’orange perde la buccia ma non il succo ahem, volevo dire il pelo ma non il vizio)!

di Giuseppe Di Giorgio, 14/07/2010

 

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Ciao a tutti, come promesso, nelle prossime righe (provo a scriverne poche eh) vado a raccontarvi la mia seconda esperienza all’ultramaratona del Gran Sasso, in quel di Castel del Monte, nella giornata di domenica 11 luglio; per me è una corsa importante perché è un po’ un giro di boa, qui l’anno scorso da perfetto novellino mi sono addentrato nell’assurdo e meraviglioso mondo delle ultramaratone (prima di allora non sapevo nemmeno che esistessero gare oltre i 42 km) ed in questo mondo mi sono perso e ci navigo tutt’ora.

La partenza è fissata per le 7 e 30 e quindi da Roma è necessario muoversi prima dell’alba; ho appuntamento con Pietro alle ore 4, come al solito sono andato a dormire tardi, dopo la mezzanotte per preparare la “magica sacca” che riempio di cose che poi non uso ed a causa dell’afa notturna riesco a dormire l’equivalente di un battito d’ali di una mosca ma oramai ci ho fatto il callo.

Come dicevo mi incontro con Pietro, anche lui con un accumulo di sonno pari al mio e dopo aver recuperato un suo amico partiamo alla volta dell’Abruzzo; in macchina si chiacchiera soprattutto per cercare di restare svegli e come a solito si fanno previsioni e commenti su quello che ci aspetta.

Per questa gara ho tante certezze, una positiva, data dal fatto che so che correrò in uno scenario fantastico nell’Abruzzo che ho nel cuore e le altre negative derivanti dal fatto che come detto non ho dormito, mi aspetta una corsa di 50 km tutta completamente ed inevitabilmente sotto il sole e le previsioni dicono che anche oggi sarà molto caldo, rispetto allo scorso anno sono meno fresco visto che a parità di periodo ho sulle spalle (anzi sulle gambe) il doppio delle gare (di cui alcune non proprio leggere) ed ho paura che il dolore alle tibia si rifaccia vivo, comunque non mi preoccupo più di tanto, sarà quel che sarà.

Arriviamo a Castel del Monte, ci riprendiamo un attimo dal torpore del viaggio e andiamo a ritirare il pettorale, subito incontriamo la leggenda Elio, arriva camminando come uno sceriffo, tutto sornione, fresco e tranquillo, come se si accingesse ad andare ad un pic-nic (come diamine farà non lo so ma ci metterei la firma per arrivare dove è arrivato lui), ci salutiamo e ci facciamo due risate.

Ci prepariamo e ci avviciniamo alla partenza, oggi qui c’è la nazionale italiana di ultramaratona che si sta allenando per i mondiali, tutta gente così veloce che non li scambi per un’automobile solo perché non hanno la targa!; apprendo che proprio per la loro presenza hanno variato una parte di percorso, un tratto (l’unico) che prevedeva sterrato, perché avevano paura che si potessero infortunare e compromettere il mondiale.

Ore 7 e 30 si parte, la giornata ancora una volta si presenta perfetta, un cielo limpido ed azzurro e per ora una temperatura buona, alla partenza siamo circa 150, subito si esce dal paese e ci troviamo nello spettacolare percorso che un mix di elementi particolari; è vero che corriamo su asfalto ma non ci si fa caso perché la strada snoda in mezzo a delle valli molto ampie, circondate da massicci montuosi veramente da sogno, nessun albero nelle vicinanze (se non volete venire qui per fare la gara vi consiglio comunque di visitare il posto e girarlo come volete, bicicletta, monopattino, bastone salterello o risciò, fate voi): se non fosse che ogni tanto si sente il campanaccio di qualche mandria di mucche sembra di essere un po’ nel grand canyon ed un po’ sulla luna.

Il circuito è formato da una serie continua di saliscendi, con pendenze a volte impegnative, come sempre il gruppo dopo il via si dirada progressivamente, i primi chilometri scorrono tranquilli, la mattinata è ancora fresca ed i ristori che si trovano ogni 5 km danno lo stretto necessario per resistere ovvero acqua, sali e qualche biscotto.

 

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So che ho passato il km 20 perché ancora una volta mi ricomincia a pizzicare la tibia destra (forse è ora che mi dia una calmata, “forse c’ho l’età ma non er fisico”), oramai ci posso tarare il Garmin con questo fastidio; non mi preoccupo più di tanto, sto tenendo un’andatura tranquilla che mi consente di gestire la cosa.

A metà gara mi sento rovesciare una bottiglietta d’acqua in testa, me lo aspettavo!, è Aureliano “l’olandese volante” (l’ho ribattezzato così e spero non me ne voglia, ma come ho già detto lui appare dal nulla e si materializza in mezzo alla gara), teniamo lo stesso passo e ciò ci consente di dilungarci in una megachiaccherata che finirà solo all’arrivo; questo perché lui alla fin fine è come me, a noi piace correre, correre, correre, senza farsi problemi e poi con uno scenario così il resto passa davvero in secondo piano.

Dal km 30 il caldo comincia a farsi sentire in maniera insistente, ad ogni ristoro bevo quasi un litro tra acqua e sali ma non mangio nulla, vorrei avere la nuvola di Fantozzi sulla testa, almeno mi rinfrescherebbe: c’è una tale afa che guardando in terra vedo che l’ombra che la mia sagoma produce si sta mettendo la crema solare!

Verso il km 35 arriviamo nel punto in cui hanno variato il percorso e tanto per farci un bel regalo la variazione consiste nel farci fare tutta una parte in salita che passa dentro il paese di Calascio (peraltro luogo suggestivo, vi consiglio di visitare la relativa rocca, ci hanno girato il film Lady Hawk con Rutgher Hauer e Michelle Pfeiffer), un toccasana per la mia gamba!; fortunatamente nel paese c’è una fontanella d’acqua dove praticamente ci buttiamo tutti per farci quasi una doccia.

Proseguiamo sempre a ritmo moderato ma continuo fino a giungere al 45 km dove inizia la salita finale, 5 km di tornanti che ci devono riportare alla piazza di Castel del Monte; lo scorso anno qui è stata dura ed ora lo sarà di nuovo, sono le 12 passate, il sole è un scudo infiammato, gli avvoltoi cominciano a volteggiarci intorno sperando in un nostro cedimento, al passaggio al ristoro mi faccio dare una intera bottiglia d’acqua da 1,5 lt per affrontare la salita: il ragazzo dello staff mi dice di non farlo perché è solo un peso in più, gli rispondo “preferisco soffrire per il peso che per la sete” (in effetti in queste gare sotto il sole a volte i ristori non bastano, me lo ha insegnato Aureliano, meglio portarsi una bottiglietta da riempire tra un passaggio e l’altro).

Con un po’ di fatica affrontiamo la pendenza ed entriamo in paese, mancano poche decine di metri, né io né Aureliano ci sogniamo di fare uno sprint uno contro l’altro, non avrebbe senso per una manciata di secondi, tagliamo il traguardo insieme sollevandoci la mano reciprocamente: ancora una volta è finita, ancora una volta la pellaccia torna a casa.

All’arrivo troviamo il buon Gianfranco, il nostro angelo custode, che ci accoglie con un sorrisone; al pasta-party ritrovo poi Pietro ed il suo amico ed infine Elio (indovinate un po’, a vederlo sembra che abbia fatto una partita a tresette mentre noi siamo più o meno provati, è straordinario); mangiamo grazie all’ottima cucina degli alpini, ci riposiamo un po’ e poi prendiamo la via del ritorno.

Tanto per cambiare ho mentito e mi sono dilungato, scusatemi; saluto come sempre i miei compagni di quest’avventura e tutti voi orange, alla prossima volta.

 

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